sabato 7 settembre 2013

Lo spettro nell'acqua

Lo spettro nell'acqua


Poco alla volta le onde si calmano, la superficie dell'acqua torna liscia e il riflesso si ricrea dove era scomparso l'ultima volta. Un viso di rara bellezza, capace di far innamorare chiunque lo vedesse, chiunque lo scorgesse anche solo di sfuggita... uomo o donna, bimbo o anziano. Chiunque.
Il ragazzo cui apparteneva quel riflesso, Narciso, rimase a specchiarsi per qualche minuto sulla superficie dell'acqua.
Ma oltre alla smisurata bellezza, Narciso poteva scorgere ben altro. Aveva sempre considerato l'immagine riflessa un semplice mezzo per ammirare se stesso, ma quel giorno capì che negli occhi specchiati dall'acqua riusciva a vedere molto più in profondità, nella sua anima. Poteva individuare uno ad uno ogni sentimento che aveva provato nell'ultima ora: in principio, era la rabbia. Poi il rimorso, tristezza che diventa disperazione e autocommiserazione che si tramuta in odio verso se stesso.
Infine, dopo aver corso senza meta nel bosco in cui lui e il suo migliore amico erano soliti andare a caccia, aveva raggiunto il lago in cui adorava specchiarsi per adorare la sua figura. Ma quella volta non si riconobbe.
Per quanto si sforzasse, la sua identità sembrava essergli sfuggita come sabbia fra le dita ed era incapace di capire chi fosse realmente, a chi appartenesse quel bel viso davanti a lui.
<< Aminia... >> disse a bassa voce, quasi sussurrando.
Prese velocemente fiato e immerse il volto nel lago. Si dice che l'acqua sia vita, che sia simbolo di purezza e che possa quindi lavare i nostri peccati.
Restò qualche secondo, poi riafforò e non appena l'acqua si calmò ricominciò subito a specchiarsi sperando di riconoscersi. Ma lì, davanti a sé, ogni volta trovava solo quel mostro che aveva ucciso un uomo. Quel mostro che aveva rifiutato Aminia, il suo migliore amico, segretamente innamorato di lui e lo aveva spinto a togliersi la vita.
Non c'era nessun altro nell'acqua. Nessun altro.
<< Aminia! >> ripetè, sperando che l'amico comparisse ancora vivo e lo perdonasse.
Immerse di nuovo il volto nelle gelide acque che, come prima, gli davano la sensazione di avere un cappio intorno al collo. Stavolta vi rimase più a lungo, fino a realizzare che quelle percezioni erano invece ciò di cui aveva bisogno.
Tornò fuori, aspettò che l'acqua si calmasse e finalmente lo trovò: il suo volto. Finalmente si riconobbe... Narciso, il mostro di smisurata bellezza. L'altro, il bel ragazzo, o ciò che ne rimaneva, era ormai solo uno spettro imprigionato dalle onde del lago.
Sospirò ancora una volta, ormai afflitto dal peso di ciò che era diventato. Immerse infine il suo volto nell'acqua e poi si lasciò scivolare dentro, sempre più giù.
I suoni vennero soffocati e la luce si fece sempre più debole. Arrivato in fondo, Narciso provò per un breve istante che le speranze perdute gli fossero state interamente restituite. Un'illusione che durò solo un breve ma intenso istante.

lunedì 31 dicembre 2012

So this is Christmas

So this is Christmas


In lontananza il rumore di spari che lacerano l'aria. Nicholas si volta, ma i palazzi gli bloccano la visuale. Dopo pochi minuti la sparatoria è già terminata.
“Ribelli!” esclama con arroganza un suo compagno. “Mai una volta che se ne stiano calmi...”
“Lenny, smettila di lamentarti” fa un altro soldato lì vicino a lui, “e passami la mappa”.
“La mappa la tengo io, Johnny. Tu pensa a guardare avanti e cerchiamo di finire alla svelta questa ricognizione”.
I tre militari avanzano per le vie deserte di una città afgana, ormai evacuata dall'esercito americano. Il loro è un semplice pattugliamento, nulla di pericoloso o straordinario.
“Nick, muoviti!” urla all'improvviso Lenny dopo che si è accorto che il loro compagno era rimasto fermo a fissare il vuoto, o meglio, i palazzi che lo coprono.
Il soldato raggiunge velocemente i due compagni e riprende la ricognizione. Lenny, sempre lui, si lamenta bofonchiando qualcosa come “Che palle” o, a bassa voce per non farsi sentire da Nick, “Mezzasega...”
Il terzo si gira un secondo e allargando le labbra in un sorriso dice: “Su ragazzi, sapete cosa mi tira su? Il pensiero che tra un mese sarà Natale e finalmente potremo tornare dalle nostre famiglie!”

So this is Christmas
And what have you done
Another year over
And a new one just begun.

È bianco dappertutto. Neve, fredda, che come un lenzuolo ricopre la superficie della terra e sembra avvolgerla in una calda sensazione di armonia. È la vigilia di Natale e in un piccolo paesino della periferia americana le famiglie hanno organizzato una guerra di palle di neve. Genitori contro figli.
I bambini stanno tutti ammucchiati dietro un muretto.
“Dai, dobbiamo vincere” esclama quello un po' più cicciottello.
“Ehi Mark, hai saputo che uno dei nostri babbi si è vestito da Babbo Natale?” chiede uno.
Un altro ancora fa eccitato: “Ci sarà Babbo Natale?!”
Quest'ultimo ha un forte accento straniero. La sua pelle è poco più scura di quella di tutti gli altri bambini assieme a lui e indossa un cappotto un po' troppo grande per il suo fisico mingherlino. Nei suoi occhi c'è una luce particolare, quella di un fanciullo che vede per la prima volta quel rassicurante e giocoso manto bianco.
“No, Hassan” risponde Mark il cicciotello con un largo sorriso in faccia. “Non è quello vero. Quello vero verrà stanotte a portare i regali, ma lui non si fa mai vedere”.

And so this is Christmas
I hope you have fun
The near and the dear one
The old and the young.

“Tu perché una famiglia ce l'hai” ribatte Lenny col suo solito tono. “Io sono mesi che non vedo un po' di pelo”.
“Beh,” si intromette Nick “finora hai trattato con più delicatezza il tuo fucile”.
“Bada a come parli di Mary Jane Fica-rotta” risponde l'altro sarcastico, imbracciando la sua arma e mettendola bene in vista. Un secondo dopo uno sparo e Lenny cade a terra.
“UN CECCHINO!” grida Johnny prima di cominciare a sparare alla cieca, cercando di bloccare il nemico ovunque esso sia. Nick prende sottobraccio il compagno ferito e lo porta al riparo dietro un muro.
Johnny li raggiunge subito dopo e controlla immediatamente la ferita alla spalla destra.
“Pare che non abbia preso né l'osso né le vene principali” annuncia tra le urla di dolore e le imprecazioni del colpito. “Sei stato fortunato, la pallottola è entrata e uscita. Qualche benda dovrebbe bastare finché non torniamo al campo”.
“Io non ci torno al campo senza la testa di quel figlio di puttana!” sbotta Lenny. “Nick! Scova quel bastardo e bloccalo, lo voglio ammazzare io stesso!”
“Ho capito” risponde il soldato. Si toglie l'elmetto e lo posiziona sulla canna del suo fucile, dopodiché si avvicina al ciglio del muro e lo fa uscire lentamente allo scoperto. Dopo pochi secondi un altro sparo fa volare via l'elmetto di Nick. Il soldato si sporge appena nella direzione da cui è venuto il proiettile e scorge alla finestra del secondo piano di un edificio poco lontano la sagoma di una persona.
“L'ho beccato” annuncia ai compagni un attimo prima di mettersi in marcia. Il militare si muove velocemente verso una strada parallela e da lì aggira un piccolo isolato che lo copre alla vista dell'avversario, fino a raggiungerne la postazione.
Entrato nel palazzo Nick sale le scale cercando di far meno rumore possibile e trova una porta socchiusa, l'unica in tutto il piano. La apre spingendola appena con il calcio dell'arma e lo vede: il becchino è appostato alla finestra, in piedi su una sedia.
Il cuore del soldato americano viene attraversato da un insieme di sensazioni che vanno dal dispiacere al disgusto, dalla rabbia alla sorpresa. Senza volerlo si lascia scappare una frase: “Cristo, sei solo un bambino...”
Il piccolo cecchino si gira di scatto, ma il fucile di precisione è quasi più grande di lui che, nel movimento brusco, gli fa perdere l'equilibrio e cade a terra, perdendo la presa sull'arma.

And so this is Christmas
For weak and for strong
For rich and the poor ones
The world is so wrong.

Le palle di neve volano in aria in più direzioni, come impazzite. Alcune prendono in pieno i bimbi, altre i grandi. Mischiate in un unico coro, urla di gioia e risate richiamano l'attenzione degli anziani che vivono lì nei dintorni, affacciandosi per osservare divertiti anche loro.
È tanto raro trovare o riuscire a crearsi nella vita di tutti i giorni un'occasione del genere come quella piccola guerra, che trasmette nell'aria una palpabile sensazione di umanità e serenità.
Il piccolo Hassan non sbaglia un colpo: tutte le palle di neve che lancia contro i suoi amici vanno a segno. Fra un tiro e l'altro cerca con lo sguardo suo padre, quando infine trova qualcun altro.
È lì, in piedi in mezzo alla mischia. Un omone alto, vestito di rosso e con un cappello – rosso anch'esso – con un ponpon bianco in cima. Una folta barba bianca e in mano una palla di neve pronta ad essere lanciata contro il primo malcapitato.
Finalmente Hassan incontra Babbo Natale.

And so happy Christmas
For black and for white
For yellow and red ones
Let’s stop all the fight.

Il bambino soldato è ancora a terra, tremante per la paura. Ogni tanto prova ad allungare il braccio per recuperare il suo fucile, ma ogni volta gli pare più lontano.
“Diamine, non voglio farti del male” dice Nick. “Riesci a capire?”
Il piccolo osserva il militare americano, incapace di comprendere. Con il terrore negli occhi impossibile da nascondere, pronuncia qualche parola in afgano.
L'uomo allora poggia la sua arma al suolo e poi porta le mani all'altezza del petto, aprendole in direzione del bambino. Questo capisce e si rialza con circospezione.
“Ecco” dice ancora Nick. “Andrà tutto bene”.
BANG
Un getto di rosso macchia il muro. Il sangue del piccolo cecchino vola via dopo il colpo ricevuto al fianco sinistro. L'uomo osserva il bimbo crollare a terra, morto.
Si volta e trova la canna di Mary Jane Fica-rotta ancora fumante. Lenny imbraccia il suo fucile e Johnny lo sorregge. “Piccolo figlio di puttana” esclama il militare ferito. “E tu che avevi in mente? Volevi farlo scappare così?!”
Di nuovo, un misto di orribile sentimenti attraversa il cuore di Nick. “Perché lo hai fatto?”
“Perché l'ho fatto? Ehi, questa ti dice niente?!” domanda Lenny indicando adirato la spalla bendata.
“Ma era solo un bambino!”
“Oh sì, solo un bambino... un povero, piccolo e indifeso bimbo con un fucile di precisione”.
“Non era necessario!”
“Necessario? Necessario?!” sbotta Lenny. “Lo so io cos'è necessario: un rapporto dettagliato su tutta questa faccenda! Lasciar andare un cecchino è roba da congedo immediato!”
“Non puoi volerlo fare davvero! Cazzo, hai appena...”
“Ragazzi, adesso finitela...” si intromette Johnny cercando di calmare i suoi compagni.
“Non posso? Ah, no?! Ti va di scommetterci la spalla?”
Stavolta Johnny urla. “Lenny, basta!”
Per un minuto i tre rimangono in silenzio. Poco dopo gli altri due soldati se ne vanno e Lenny borbotta qualcosa sui figli di puttana. Nick rimane lì, da solo, a fissare il piccolo cecchino disteso sul pavimento freddo a pancia in sotto. Il soldato si inginocchia e con delicatezza lo gira; con un flebile colpo di tosse il bambino sputa qualche goccia di sangue.
Respira. Debolmente, ma respira. Un solo secondo di smarrimento iniziale per Nick, che, resosi conto, prende il bimbo in braccio con cautela.

A very merry Christmas
And a happy New Year
Let’s hope it’s a good one
Without any fear.

È talmente sorpreso Hassan che si direbbe paralizzato per lo stupore. Era lì Babbo Natale, proprio di fronte a lui.
L'omone vestito di rosso, fermo fino ad un secondo prima, invece comincia a muoversi. Porta il suo braccio destro all'indietro, come per lanciare la palla di neve che tiene in mano. Ma lo fa piano, piano...
E quando raggiunge una posa simile a quella di un lanciatore di baseball, ecco che Babbo Natale spinge prima in avanti la spalla sinistra, poi tutto il petto. Lentamente, quasi come vedendolo alla moviola. Leeeeento... poi finalmente comincia a muovere in avanti anche il braccio destro, come se volesse davvero tirare la palla contro il bambino. Ma continua a muoversi così piano che Hassan ha il tempo di riprendersi dalla sorpresa, accovacciarsi a terra per raccogliere della neve nel palmo delle mani e a lanciarla dritta in faccia a Babbo Natale, che preso in pieno cade a terra all'indietro.
Si rialza poco dopo battendo i denti per la neve fredda, ma non si accorge di aver perso la barba finta. E allora Hassan lo riconosce.
“BABBO!” grida il piccolo gettandosi fra le braccia di papà Nick. L'uomo lo afferra e lo alza in aria, ridendo tutti e due; infine stringe il bimbo al petto in un caloroso abbraccio. Un abbraccio come quello di un mese prima, quando pur di salvare la vita al piccolo cecchino e poterlo adottare, Nick si è fatto radiare dall'esercito.
Un abbraccio forte e sincero, nel bel mezzo della più innocente e gioiosa delle guerre. E anche se non sarà Babbo Natale, quello vero, per Hassan è pur sempre suo padre.

War is over
If you want it
War is over
Now...

NOTE: il nome del protagonista, Nicholas, deriva da San Nicola di Bari, personaggio che ha dato origine alla figura di Babbo Natale. Hassan, il nome del bambino soldato, in afgano signifca "buono".

venerdì 14 dicembre 2012

Recensione "Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato"

Il Signore degli Anelli è stato, senza dubbio, uno degli eventi cinematografici che come pochi altri si è fatto strada fra la cultura popolare e ha conquistato una gigantesca fetta di pubblico, chi amante del fantasy, del cinema o della letteratura, e chi no.
Ed è dal 2004, da quando “Il ritorno del Re” mise la parola fine alle avventure di Frodo Baggins e della Compagnia dell'Anello, che i fan tolkeniani/jacksoniani aspettavano questo adattamento de “Lo Hobbit”. Abbiamo dovuto aspettare otto anni, in cui si sono sempre contrapposti problemi di ogni sorta (questioni legali, l'abbandono alla regia di Guillermo del Toro); ma alla fine nelle sale cinematografiche è arrivata l'avventura di Bilbo Baggins.

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Cosa dire de “Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato”?
Senza perdere troppo tempo, il film mi è piaciuto. Nonostante fossi scettico per delle scelte decisamente discutibili (la suddivisione in tre pellicole in primis), ho trovato il film un prodotto confezionato nella maniera giusta, un punto d'incontro fra l'epicità della precedente trilogia cinematografica e la spensieratezza del racconto cartaceo.
Ho voluto leggere il romanzo appositamente per sapere cosa aspettarmi e ho notato, pur contando quelle differenze e licenze narrative inevitabili, un'aderenza al materiale d'origine indiscutibile.
Ma andiamo con ordine e parliamo della trama (senza fare troppi spoiler, ovviamente).
Il film si apre con la bellezza di due prologhi: il primo ci mostra i fasti e la caduta di Erebor, regno dei nani sotto la Montagna Solitaria - mentre nel romanzo viene raccontato a Bilbo dai nani; il secondo invece ci mostra il vecchio Bilbo Baggins, nel giorno della festa del suo centoundicesimo compleanno (vi ricorda nulla?), cominciare ad annotare sul libro rosso il suo viaggio inaspettato di 60 anni prima.
Effettivamente il secondo prologo ha l'unica utilità di strizzare l'occhio perlopiù ai fan della trasposizione cinematografica piuttosto che della saga letteraria, ma tant'è; tutto fa brodo.
E poi inizia un flashback, di appunto 60 anni, che finalmente arriviamo al discorso sul “buongiorno” fra il giovane Bilbo e Gandalf il Grigio. E' in questo momento che lo stregone sceglie lo Hobbit come quattordicesimo membro della compagnia dei nani di Thorin Scudodiquercia, intenzionato a riconquistare la Montagna Solitaria e a sedersi sul trono che gli spetta. Bilbo comincia così, con non poca riluttanza, un viaggio attraverso la sempre splendida Terra di Mezzo, anche questa volta interpretata dalla Nuova Zelanda.


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Un venditore di bottoni.

L'intera vicenda si dipana per la bellezza di due ore e 45 minuti. Una durata del genere, su quelle che nel libro sono a malapena 150 pagine, cosa comporta?
Un adattamento dilatato, che permette agli sceneggiatori di inserire... praticamente tutto. La partenza, l'incontro con i troll Berto, Maso e Guglielmo, l'arrivo a Gran Burrone, e le vicende della compagnia nelle Montagne Nebbiose, per arrivare al finale.
Tutti gli eventi sono quindi riportati nella loro interezza, assieme a una minuziosa cura dei particolari, comprese le canzoni dei nani e i bottoni di Bilbo (chi ha letto il romanzo saprà). Che poi questo comporta anche scene in cui la sensazione di brodo allungato si sente, come l'arrivo dei nani a casa Baggins...
Le rare occasioni in cui si notano dei tagli rispetto al romanzo sono in verità comprensibili, dato che non tutto ciò che viene scritto può essere convertito in maniera assoluta sul grande schermo – ciò che rende a parole potrebbe risultare ridicolo visivamente.
Ho apprezzato molto come hanno modificato la sequenza delle Montagne Nebbiose, più nello specifico il modo in cui Bilbo giunge negli antri più oscuri di esse, fino nella tana di... be', lo sapete. Dirò solo che questa è la sequenza meglio realizzata dell'intero film, oltre che evento cardine degli avvenimenti dell'altra trilogia. Non potevano sbagliarla e sono felice di dire che non l'hanno fatto. E Gollum interpretato da Andy Serkis è una garanzia.

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Tessssssoro.

Ovviamente ci sono state non solo delle modifiche, ma anche delle aggiunte. Nello specifico la bellezza di due sottotrame.
La prima riguarda gli orchi: nel romanzo hanno un ruolo più compresso, qui invece hanno esteso il loro ruolo, da nemici occasionali nel libro a inseguitori dei nani nel film. Anche i Mannari subiscono un ridimensionamento: se nel libro sono un branco indipendente che collaborano spesso con gli orchi, qui appaiono più semplicemente come i loro destrieri.
Inoltre hanno aggiunto la figura del loro comandante, Azog, l'orco pallido, facendolo diventare un'antagonista minore dell'intera vicenda.
L'altra sottotrama, che al contrario della prima viene accennata nel romanzo, è quella del Negromante, uno stregone oscuro che risiede nelle terre del sud. E' questo il punto che lega principalmente le vicende di questa trilogia a quelle della precedente e che permette di avvicinare i toni della storia, scanzonati e fiabeschi nel romanzo, a quelli più epici de “Il Signore degli Anelli”. E ne sono soddisfatto, prima di tutto perché come dicevo questa vicenda nel romanzo viene accennata e nulla di più, viene liquidata con due parole e tanti saluti. In secondo luogo, perché permette l'inserimento di personaggi già conosciuti che non comparivano nel libro. Sto parlando di Lady Galadriel (sempre splendida) e Saruman il Bianco, qui più ambiguo che nei film precedenti ma anche meno coinvolgente; Christopher Lee è invecchiato e si vede, durante il Bianco Consiglio sembra pensare a tutt'altro... forse per effetto di qualche fungo allucinogeno di troppo (questa sarà una delle frasi più ricordate del film, e non in senso buono).

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Saruman prima di essere attratto
dal Lato Oscuro e diventare il Conte Dooku.

Poi c'è Radagast il Bruno, altro stregone che sempre nel romanzo viene appena nominato. Qui ha un ruolo più approfondito, legato alle vicende del Negromante. Interpretato da Sylvester McCoy, ci si accorge fin da subito che il suo carattere “stravagante” è opera di Guillermo del Toro. Il personaggio è un tipo a stretto contatto con la natura, con tanti di nido per gli uccelli nei capelli. La piega comica che gli hanno voluto dare può ricordare a tratti (ahinoi) quell'infausta creazione di Jar Jar Binks. Fortunatamente i momenti di gag vergognose sono ben poche e per il resto Radagast può (può) pure risultare divertente.
Ma stregone bruno o meno, è evidente è che Lo Hobbit tende più alla commedia. Fortunatamente un equilibrio, un punto di incontro con i momenti epici c'è e molte scene comiche, quelle non forzate, fanno ridere.

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Radagast vi osserva. SEMPRE.

Parliamo ora degli attori. Non mi soffermerò su tutti, poiché già la combriccola di nani è numerosa, inoltre molti di essi non hanno ricevuto una caratterizzazione approfondita proprio a causa di un numero esagerato di membri della compagnia. Comprensibile, ma è un peccato (se non fastidioso) che una metà abbondante di essi vengano appena inquadrati. Su di loro dico solo che a volte il trucco è eccessivo: da nasi di gomma a pettinature improbabili. Mi rendo conto che bisognava differenziarli l'uno dall'altro e che tredici ometti tutti con un folto barbone siano antiestetici al cinema, ma poi ti vedi Kili e pensi che quello non è un nano manco per il cazzo.

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 ...

Gli unici che hanno ricevuto qualche attenzione in più sono Dalin e (in minor misura) Fili e Kili, Bofur, Ori e Bwalin. Poi c'è Thorin Scudodiquercia, il leader della compagnia. Il personaggio che praticamente prende il posto di Aragorn all'interno della storia.
Richard Armitrage fa davvero un buon lavoro. Nei panni del burbero, testardo, guerrigliero ma leale Re sotto la montagna è convincente e non sfigura affatto al fianco di Ian McKellen (che manco a dirlo, come Gandalf è sempre perfetto). Ottima prova dunque, spero solo che si riconfermi nelle successive due pellicole e che il pubblico generalista non lo confronti inappropriatamente con Viggo Mortensen, che i loro personaggi sono parecchio diversi.

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Thorin brandisce Orcrist. E non è una bestemmia...

Ma veniamo al piatto forte. Bilbo Baggins interpretato da Martin Freeman.
E' da quando ho visto la serie tv “Sherlock” che seguo con piacere i lavori di Martin, definendolo uno dei più talentuosi attori in circolazione. Peter Jackson era convinto che fosse perfetto tanto che ha smosso mari e fiumi per poter fare in modo che i giorni di ripresa de “Lo Hobbit” non si sovrapponessero con quelli di “Sherlock” (all'epoca stavano girando la seconda stagione). E mai scelta fu più azzeccata, Martin Freeman è un Bilbo Baggins pressoché perfetto. Ogni espressione, ogni movenza – compresa l'abitudine di infilare i pollici sotto le bretelle proprio come nel romanzo, tutto ricorda un vero Hobbit della Contea: abitudinario, nolente nel voler conoscere il mondo al di fuori della propria casa nel terreno. Con quel pizzico di allegria e leggerezza che, in Bilbo, sfocia nella suo desiderio di avventure ormai assopito.
 
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 Bilbo Baggins interpreta Martin Freeman. O forse è il contrario?

Una piccola parentesi sul doppiaggio: alla direzione c'è Francesco Vairano, già direttore della trilogia precedente. Ergo mi aspettavo un gran lavoro, e così è stato.
Traduzioni e adattamento sono buoni, non eccezionali (il difetto di pronuncia di Gollum che in italiano non ha senso, Bosco Atro tradotto anche con Bosco Fronzuto o la pronuncia inglese del nome Thrain mentre per tutti gli altri è rimasta la pronuncia italiana).
Senza perder tempo in nomi e cavoli vari, quasi tutte le voci dei protagonisti principali le ho trovate molto buone, Thorin su tutti. Qualche riserva invece per quella di Bilbo, ma semplicemente perché sono abituato a sentire Freeman in originale e coi sottotitoli, ma non che sia inascoltabile.
Odiosi invece i troll Berto, Maso e Guglielmo, a cui hanno eccessivamente accentuato la loro parlate sgrammatica.
I doppiatori dei vecchi personaggi sono gli stessi, tranne uno: Gianni Musy, il precedente doppiatore di Gandalf, è passato a miglior vita l'estate scorsa.
Quando alla fine è stato annunciato il suo sostituto, mi sono sentito rincuorato: Gigi Proietti. La sua voce calza a pennello ad un Gandalf più giovane e la recitazione di Proietti è ottima. Giusto qualche piccola eccezione, due o tre frasi qua e là nel corso del film dove forse l'intonazione è troppo teatrale, ma due frasi nel corso di un film di 2 ore 45 sono ben poca, pochissima roba. Per quel che mi riguarda, Proietti è promosso a pieni voti! E ne sono sollevato, provate ad immaginatevi come poteva prendere la notizia della morte di Musy il popolo di internet...


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 Un branco di nerd pronti a riesumare la salma di Musy. 

Finora, salvo qualche pecca qua e là, sembra tutto rosa e fiori. E invece no.
Di difetti e pure belli grossi, ce ne sono. In primis mi viene in mente la CGI: brutta, ma davvero brutta.
In “Le due torri” e “Il Ritorno del Re” si raggiungevano picchi altissimi, qui c'è stata una regressione e non di poco. I Mannari li ho trovati fintissimi da far schifo, gli orchi, i goblin e i troll sono poco meglio; e nei momenti migliori i personaggi in CGI sembrano usciti da un videogioco. Anche i tre troll e le aquile, poco meglio.
E tutto ciò dove crea il danno maggiore? Nelle scene d'azione, ovviamente, concitate e roccambolesche come piacciono tanto a Jackson. Nella scena di lotta contro i goblin, questi ultimi sembrano pesare qualche grammo al massimo da come capitombolano giù dal ponte. Altro punto a sfavore delle scene d'azione è l'esagerazione, davvero troppa e frustante. Vogliamo parlare dell'albero sradicato che resiste sull'orlo di un precipizio? O del “nano” Kili fermare ben due frecce con la spada? Oppure della lotta coi tre troll a dir poco insulsa per quanto è bambinesca?
Non capisco poi perché dopo tutti gli orchi, goblin e uruk abbastanza convincenti interpretati da attori reali nella Trilogia, adesso ci sia questa voglia di CGI strabordante. Che almeno fossero interessanti gli antagonisti, il Re dei goblin è praticamente piatto come carattere; aggiungiamoci un bel po' di dialoghi imbarazzanti e la CGI scadente fa il resto. Non si salva nulla? Be', Gollum sì. Ma avevamo dubbi al riguardo?

E infine la colonna sonora. I brani veramente nuovi sono giusto due o tre e il restante si rifà pesantemente alla score de “La Compagnia”. I vecchi brani rimangono sempre vecchi, ma la sensazione che siano solo dei riempitivi è deplorevole...

In definitiva, se dovessi dare un voto sarebbe 8-.
Difetti ce ne sono, forse pure troppi considerando gli standard dell'altra Trilogia.
Ma la sfida di partenza, adattare al grande schermo una favola per bambini (come l'aveva definita lo stesso Tolkien) dopo l'epica trilogia, era dura da portare a compimento. E a me personalmente è piaciuto come hanno strutturato questo primo film.
Certo, la sensazione che due film fossero più che sufficienti rimarrà, ma speriamo che aggiustino il tiro per i prossimi. Ora scusatemi ma vado a fumarmi un po' di erba pipa in attesa de “La Desolazione di Smaug”.


http://www.invsoc.org.nz/wp-content/uploads/2012/12/Smaug-Hen.jpg
Un'anteprima esclusiva del secondo film.

giovedì 22 novembre 2012

La mia vita in un post-it (Capitolo 3)

La mia vita in un post-it
supercazzola prematurata con scappellamento a destra come foss’antani



Capitolo 3

Estraggo una copia del mio curriculum dalla busta trasparente e la consegno al titolare della ferramenta.
Lui, un uomo sulla sessantina ma con la pelle così rugosa e increspata da dimostrarne almeno una decina in più, gli getta un'occhiata veloce con sufficienza e poi chiede: “Qua c'è scritto che hai fatto il liceo classico”.
“Sì”.
“Embè vuoi lavorà in ferramenta? Ma studia ora che puoi e sei giovane”.
“Mi piacerebbe” rispondo cercando di non sbuffare (avrò perso il conto di quante volte ho sentito questa frase), “ma non ho i soldi. La mia famiglia non è proprio ricchissima”.
“Vabbè, capisco... però non c'hai nemmeno un po' d'esperienza”.
A questa frase, invece, sbotto: “Non ho esperienza, nessuno mi fa lavorare per questo motivo e continuerò a non avere esperienza, quindi nessuno continuerà a farmi lavorare”.
“Ragazzo” comincia il vecchio con tono deciso, cercando di togliere dalla sua parlata ogni inflessione dialettale. “Vuoi che non lo sappia? Ma il mondo è così oggi. Se si ha la possibilità si studia, altrimenti sgobbi come un mulo tutto il giorno in un qualche posto e, quando torni a casa la sera, la prima cosa che vedi quando accendi la tv è la somara del momento che s'è fatta strada dando via la fregna come fosse il pane. Poi ogni tanto il governo tira fuori dal cilindro qualche nuova tassa che favorisce solo le grandi ditte ed è per questo motivo che poi le persone come me preferiscono assumere gente con esperienza e andare sul sicuro. A voi giovani dovete pensarci voi stessi”.
“Ma se chi ha la possibilità di cambiare le cose se ne lava le mani dove andremo? Scommetto che ai suoi tempi non si ragionava così”.
“Figliolo, ma cosa ne vuoi sapere dei miei tempi?”
Sbuffo. “Abbastanza da capire quando ho davanti un vecchio ancorato al passato che dovrebbe andarsene in pensione e lasciar spazio a che ne ha bisogno”.
Credo di aver centrato il punto. Con un gesto veloce l'uomo accartoccia il mio curriculum e me lo tira in faccia.
“C'hai ragione” dice con tono seccato. “Ma se le generazioni a venire sono come te allora sono fiero di lavarmene le mani”.
E' inutile discutere, mi ripeto fra me e me, ed esco dalla ferramenta senza dire una parola.
Ammetto di comprendere le sue motivazioni. Sì, lo ammetto. Ci troviamo in una società che premia chi ha le tette più grosse o le tasche più gonfie. Una società che tarpa le ali alla gente povera e per bene e che impedisce ai giovani di covare sogni per il futuro, che sia studiare o costruirsi una vita. Chi oggigiorno ha qualcosa, anche poco, può ritenersi fortunato ma immagino che debba anche tenerselo a caro, in ogni modo possibile. Effettivamente, io come mi sarei comportato al suo posto?
Le persone disperate prima o poi avranno bisogno di sfogarsi e in questo periodo, dove la disperazione è una costante di ogni persona, le soluzioni possono essere ben poco ortodosse. Sto parlando delle zingarate.
La verità è questa: non siamo solo un gruppetto di ragazzini nullafacenti. Siamo dei giovani adulti senza alcuna certezza per il futuro che per quanto si impegnino lo prenderanno sempre in culo. E' simile al film “Amici Miei”: quattro uomini adulti annoiati dall'essere adulti sentono il bisogno di partire, all'improvviso, per staccarsi dalla realtà e continuare a vivere. Noi invece necessitiamo di farci sentire, di farci notare... di ritrovare quel senso di ingenuità che ci permette di tirare avanti con un sorriso sulle labbra pensando che domani andrà meglio.

Questo pensiero mi ha ossessionato per tutta la giornata. Persino adesso, mentre riaccompagno Ilenia a casa, mi sento ancora un po' innervosito.
Ogni tanto la noto voltarsi appena verso di me, cercando di non farsi vedere. Lo fa un'altra volta, due, tre... alla quarta mi fermo e le faccio con tono stizzito: “Allora? Che vuoi?”
“Io? Nulla” risponde lei. “Tu piuttosto, che hai? Sei ancora turbato per quel ferramenta?”
Girò la testa dall'altra parte. “Credo di sì...”
“Dai, non puoi farti abbattere così da quel vecchiaccio di merda”. Mentre lo dice mi prendo con una mano il viso, mi gira verso di lei e dopo avermi baciato dice: “Dai, so io come tirarti su di morale”.
Mi prende per mano e mi strattona in un vicoletto, da lì mi conduce in una traversa e poi in un vicolo ancora più stretto. Mi poggia con la schiena contro il muro e poi si mette in ginocchio. Le sue mani cercano avidamente la chiusura lampo dei pantaloni e in un attimo mi ritrovo con le mutande calate.
“Ilenia, ma che cazzo fai? Fermati!”
Cerco di rivestirmi ma la sua bocca è più veloce. Effettivamente, non pensavo che intendesse questo per tirarmi su di morale.
“Fermati, porca puttana! Siamo in un luogo pubblico!”
Ilenia si stacca un attimo solo per dire “Tranquillo, questo posto è abbastanza isolato”, poi afferra la mia giacchetta di pelle nera e ricomincia.
Poggio dolcemente la nuca contro il muro e alzo lo sguardo. Vedo all'ultimo piano di un palazzo una vecchia che da di spalle alla finestra. Se si girasse vedrebbe tutto.
“Hai detto che questo posto è abbastanza isolato?”
Mugugna qualcosa come per annuire, senza lasciare la presa. Alla fine mi lascio andare e... oh, Gesù, è meraviglioso in questo modo!

Quella stessa sera ci ritroviamo al solito pub. Anche stavolta sono la star della serata.
“Quella... quella ti ha fatto un pompino in pubblico? Così?”
“Sì”.
Il Mona sembra non volerci credere. Credo per una volta di averlo superato.
“... ma le hai chiesto se ha delle amiche?!”
“Sì... Ha detto che qualche amica libera ce l'ha, poi magari una volta organizziamo un'uscita”.
“Wow” fa Derp. “Spero che anche le sue amiche siano così”.
“Ma alla fine la vecchia si è girata? Vi ha visti?” chiede Giova.
“E che ne so? Ero concentrato su tutt'altra cosa!”
“Però scommetto che ti ha davvero tirato su di morale”
“Ma sì, sì... per un po'”.
Il Mona mi da una pacca sulla spalla, poi guarda i nostri compagni. “Lo so io che ci vuole per tirarti davvero su!”
“Oh, lo so anche io” dice Giova. “Non so voi, ma stasera mi sento parecchio zingaro”.
Infine interviene Derp. “Idem con patate”.
Sospiro. Cosa farei senza i miei compagni?
“E va bene. Cosa facciamo stasera?”
“Mah...” comincia il Mona prima di finire la sua birra. “Credo che quel ferramenta ebreo sia un buon punto d'inizio”.
“Quel vecchio sarebbe ebreo? E che c'entra?”

Quella di stasera è grossa e forse definirla zingarata è un po' riduttivo. Un po' tanto riduttivo.
Il Mona mi passa una bomboletta di vernice spray. “Dai. Fallo”.
Mi fermo a fissare la bomboletta per qualche istante. Poi ripenso a tutto il ragionamento di oggi pomeriggio: più la situazione è disperata, altrettanto saranno le conseguenze. A volte, inoltre, capitano anche delle 'incomprensioni' e una delle due parti peggiora la situazione.
Ma io sono stufo. Sono davvero stufo. Il vecchio ha fatto traboccare il vaso.
Mi avvicino alla serranda e lascio il messaggio.

ACHTUNG!!
NEGOZIO EBREO

Il Mona se ne va quasi soddisfatto, Derp e Giova lo seguono poco dopo. Io rimango lì a fissare per qualche minuto la scritta di un verde luminoso. Rimpiango quasi subito, ogni secondo di più, di non averci disegnato piuttosto un enorme cazzo.
Di nuovo, ripenso a tutto il ragionamento di oggi pomeriggio e al fatto che a volte capitano anche delle 'incomprensioni'. Mi rendo conto solo adesso che in certi casi sono proprio queste incomprensioni alla base delle conseguenze spiacevoli. Sia che queste siano delle zingarate fatte da ragazzi bontemponi, sia che queste siano dei veri e propri atti di vandalismo o razzismo.
E come spesso accade, quando ci si accorge di aver fatto una stronzata è già troppo tardi.
“Cazzo” mi dico, e me lo ripeto. Mi infilo il cappuccio della felpa e mi allontano, ormai più turbato di quanto non fossi il pomeriggio.
Mi ero chiesto cosa avrei fatto al posto di quel vecchio ferramenta, ora invece mi domando cosa avrebbe fatto lui al posto mio...

venerdì 16 novembre 2012

La mia vita in un post-it (Capitolo 2)

La mia vita in un post-it
supercazzola prematurata con scappellamento a destra come foss’antani
 
 
Capitolo 2

“E ha pure gli occhi verdi!”
Derp e il Mona si lasciano scappare una risata. Quest'ultimo si alza, prende in mano i bicchieri vuoti e va ad ordinare un altro giro.
“Certo che sei fissato con 'sti occhi verdi” esclama Giova.
“Mi piacciono, che ci posso fare?”
Questa sera niente zingarata. Quando ho detto loro che avevo conosciuto una ragazza mi hanno fatto il terzo grado.
In parole povere, dopo essere uscito dall'incontro per noi poveri giovincelli senza un futuro, ho contattato questa ragazza con un SMS. Si chiama Ilenia e ha due anni più di me. Dopo esserci scambiati un paio di messaggi l'ho aggiunta su Facebook e abbiamo chattato un po'. Mi è sembrata una tipa simpatica, socievole e anche un po' svampita. Forse per un pelino frettolosa: ci siamo messi d'accordo per vederci domani pomeriggio... ma io adoro le tipe frettolose. In genere adoro anche le svampite. Per un secondo stavo già pensando a che nome avremmo potuto dare al bambino, ma per un secondo soltanto, poi mi sono ricordato che i bambini non mi piacciono un granché.
Ma al di là di questo, già so come andrà a finire con i miei amici. Dovremmo esserci quasi.
Il Mona ritorna con quattro bicchieri pieni fino all'orlo e ne passa uno a testa. Eccolo, eccolo che arriva...
Finito di bere, il Mona si gira verso di me, mi scruta come se fosse la prima volta che ci incontriamo a poi fa: “Ehi Ppo, chiedile se ha qualche amica disponibile”.
Lo sapevo!

Torno a casa che mancano dieci minuti alle quattro del mattino. Mi dirigo in camera mia cercando di fare meno rumore possibile, ma seduto sul letto trovo mio padre, con la testa china. Si dev'essere addormentato mentre mi aspettava.
Lo sveglio aiutandolo a rialzarsi. “Su pà, domattina devi andare al lavoro”.
Brontola qualcosa, poi con voce roca chiede: “Hai trovato lavoro?”
“No, pà. Ora fammi dormire”.
“Che ore sono?”
“E' tardi”.
“Perché non torni prima se sai che è tardi...”
Ci metto un po' a capire che quest'ultima frase doveva essere una domanda. “Perché domattina non devo alzarmi per andare a lavorare”.
“Non ha trovato lavoro?” chiede sbadigliando. E' cotto, già non ricorda più di avermi fatto una domanda. Lo prendo sottobraccio e lo accompagno al suo letto.
Metto babbo a dormire come se fosse un bimbo di sei anni e vado a prendermi un bicchiere d'acqua. E mentre bevo, realizzo che domani pomeriggio potrei andare seriamente in giro a consegnare qualche curriculum.
Anche se, effettivamente, nel pomeriggio dovrei vedermi con Ilenia...

Non biasimatemi, ma sono un ragazzo. Un maschio, e in piena tempesta ormonale. Non potete biasimarmi se per una volta rimando il giro di curriculum per vedermi con una ragazza.
Tanto meno se questa ha gli occhi verdi.
Quindi ci troviamo qui, a sorseggiare una cioccolata calda mentre facciamo una passeggiata nei giardini davanti al Duomo di Fermo.
E lei parla: “Quindi per aiutare questa mia amica coprire quella macchia bianca sulla sua gonna nera ho preso un po' di maionese”.
“Maionese?”
“Sì! Sono andata a chiederla nella cucina del locale e ne abbiamo spalmata un po' sulla gonna, così che sembrasse tutta una macchia di maionese. Alla fine sua madre non si è accorta che sotto c'era una macchia di sp...”
“Aspetta, aspetta... sei entrata nella cucina di un ristorante a quattro stelle per chiedere della maionese?”
“Sì”.
La guardo sorpreso, lei fa altrettanto. Le chiedo: “Non potevi chiedere ad un cameriere?”
“Beh, sì... ah! Ecco perché i cuochi mi guardavano male”.
E lei parla, parla... ma mi piace. Non è come le altre ragazze che ti riempiono la testa di chiacchiere. Ha una parlantina spigliata, forse pure troppo, ma questo non fa che accentuare la sua svampitaggine. Sarà per questo che riesco ad ascoltarla senza annoiarmi.
Continuiamo a parlare per almeno un paio d'ore. O meglio per un'ora, poi ci mettiamo a sedere su una panchina e le mie labbra cadono come due arpie sulle sue. Appoggio le mani sui suo fianchi mentre lei fa passare il braccio destro attorno al mio collo e la mano sinistra si insidia fra i miei boccoli neri. Stringo la presa e di risposta lei si mette a sedere sulle mie gambe.
Devo ammettere che non sono mai stato con una ragazza più grande di me prima d'ora.
Posso dire di andarne abbastanza fiero, mentre le nostre lingue ballano insieme. Credo che mi stia venendo il pallino per quelle più grandi.

“Quelle più grandi?” mi fa il Mona prima di scoppiare in una fragorosa risata.
“Sì, quelle più grandi! Tu ci sei mai stato?”
“Dio, sì! Ma non faccio tante storie per una di 22 anni”.
“Come?”
“Il Mona ha ragione” dice Derp. “Quando vai a letto con una che abbia almeno dieci o dodici anni più di te. Quelle a tipi come noi ci fanno scuola, lì sì che hai da vantarti”.
“Ma non mi stavo vantando. Dicevo solo che era la prima più grande di me con cui sia mai andato”.
Il Mona borbotta divertito qualcos'altro prima di ricominciare a disegnare con un gessetto per terra. La zingarata di stasera: stiamo mettendo su una scena del crimine nel bel mezzo della piazza di Fermo.
Derp è steso per terra per fare da modello al Mona, che sta facendo la sagoma del finto cadavere, mentre io sto cerchiando piccole zone sparse intorno a loro per gli schizzi di sangue. Dopo poco arriva Giova con una cassetta di plastica.
“A proposito” mi fa mentre tira fuori dalla scatola i cartellini coi numeri e qualche bottiglia di ketchup per inscenare il sangue, “hai chiesto a Ilenia se ha delle amiche?”
“Oh, ehm... sì, l'ho fatto domani”.
Per un secondo soltanto il silenzio si impadronisce di noi. Poi Derp alza la testa (rovinando la sagoma del Mona, che scomoda sia il Signore che la Madonna) e dice: “In pratica te ne sei scordato e programmavi di farlo domani”.
“Esatto! Bravi ragazzi, voi sì che mi conoscete”.

sabato 10 novembre 2012

La mia vita in un post-it

La mia vita in un post-it
supercazzola prematurata con scappellamento a destra come foss’antani



Capitolo 1

Eccoci qui, a fare l'ennesima zingarata.
Ovviamente saprai già cosa sono le zingarate, vero? Immagino tu abbia visto “Amici Miei”, perché altrimenti... devi essere una persona orribile.
Dicevo: eccoci qui, a fare l'ennesima zingarata.
Quella di stasera è semplice semplice, necessita di pochissimi ingredienti: uova marce, la serranda di un negozio e braccia allenate.

Splarq

Possibilmente, un negozio il cui proprietario ti sta sulle palle.

Splarq

Siamo i soliti. Io, Derp, Giovanni detto Giova e il Mona.

Splarq

Questa sera è toccato al negozio dei genitori di Giova.

Splarq

Finite le uova, io e il resto della combriccola ci dirigiamo verso il solito pub a prendere la solita bionda media. Per il Mona, la solita bionda da litro.
“Dunque” comincia Derp mentre paga per tutti il primo giro, “ho conosciuto questa tipa”.
E comincia ad elencare pregi e difetti, gli stessi della precedente con un margine del 90%. Ormai nessuno gli da più retta quando conosce una nuova ragazza. Che, nel suo linguaggio, 'conoscere' si può tradurre con 'è riuscito a presentarsi con una scusa semi-convincente dopo averla pedinata per un mese abbondante'.
Povero Derp. E' il tipo alla continua ricerca della sua ragazzina dai capelli rossi.
Giova è l'unico che lo ascolta. Giova è il classico bravo ragazzo benvoluto da tutti, meno che da suo padre e sua madre. Relazione complicata ma sincera: i genitori non gli hanno mai nascosto che la loro unica disgrazia è stata che nessuno aveva ancora inventato il preservativo venti anni fa.
Io e il Mona ci scambiamo un'occhiata divertita e continuiamo di sorseggiare le nostre birre. Mi alzo in piedi e saluto tutti.
“Dove cazzo vai, Ppo?” mi fa il Mona.
Ppo è il diminutivo del mio nome, Filippo.
“Devi alzarmi presto domattina”.
Giova sbuffa. “Ancora quegli incontri?”
“Sì. Ancora quegli incontri”.
“Quegli incontri di merda?” chiede ancora il Mona.
“Già, quegli incontri di merda”.
Derp finisce di bere e domanda chi avrebbe pagato il quarto giro. Mentre lo fa libera un paio di rutti non indifferenti. E poi si chiede perché non riesce ad avvicinare mai nessuna ragazza.
Comunque, tiro fuori dalla tasca una banconota da dieci euro e la lascio sul tavolo. Saluto con un cenno della mano e me ne vado a dormire.
Mentre torno a casa ripasso davanti al negozio dei genitori di Giova. Nessuno si è ancora accorto della nostra opera. D'altronde, chi cazzo vuoi che vada in giro alle 2 di notte a Fermo?
Un nome perfetto per una città morta...

L'indomani mattina sono in piedi di buon'ora. Devo recarmi a quegli 'incontri di merda'.
In realtà è un circolo per ragazzi che non hanno prospettive per il futuro. Mi hanno iscritto i miei e ci vado perché hanno già pagato, ma anche perché gli voglio bene. Però dubito che in altre circostanze avrei anche solo saputo dell'esistenza di tale circolo.
Sono fra i primi ad arrivare. Il tutor è già al suo posto dietro la scrivania e, mano mano che entriamo, segna i presenti. Una volta scoccata l'ora, questo prende un fazzoletto di seta dalla tasca, si asciuga la fronte alta e sudaticcia e si alza dalla sedia. “Buongiorno ragazzi. Oggi per voi ho in mente un compito speciale”.
Sento qualcuno dietro di me sbuffare. Dev'essere sempre il solito genio: alla prima frase sbuffa come un mulino a vento, alla seconda bestemmia a bassa voce.
Il tutor continua. “E' un esercizio piccolo, ma anche impegnativo”.
Ed eccolo lì, il genio: quest'oggi ha sentito il bisogno di scomodare Maria e San Giuseppe. Noto solo in quel momento, sentendola ridacchiare per la bestemmia, una ragazza nuova. Biondina, carina, piccolina, magrolina... a un paio di sedie da me, e ricambia lo sguardo con un sorriso malizioso. Sfiziosina!
Il tutor si asciuga nuovamente la fronte sudaticcia e poi prende dal suo tavolo un blocchetto di post-it, consegnandone due a testa.
“Non dovrete far altro” ci dice con enfasi, come se la sua fosse la pensata del secolo, “che due piccoli disegni. Col primo dovrete rappresentare com'è stata la vostra vita finora, mentre col secondo dovete immaginare come sarà la vostra vita fra vent'anni”.
Devo ammetterlo, è una pensata interessante. Mi giro di nuovo verso la sfiziosina, che osserva i suoi post-it confusa.
Quando anche lei si volta, faccio spallucce e ride di nuovo.
Mentre ci fissiamo a vicenda (ha gli occhi verdi!), il tutor continua a spiegare cosa vuole che disegniamo. Non appena lui si gira, la biondina prende una penna e segna qualcosa su uno dei post-it, ripiega il biglietto e me lo tira. Fatto ciò, si alza ed esce dall'aula senza dire nulla.
La sudorazione del tutor, colto impreparato da quell'uscita, aumenta, superando i limiti del povero fazzoletto di seta.
Io nel frattempo apro il biglietto e, indovina un po'? C'è scritto un numero di telefono.
Questa la devo raccontare agli altri.

martedì 6 novembre 2012

Me, me stesso e myself

Sì, quel "myself" nel titolo l'ho messo solo perché suonava bene.

Mi presento. Mi chiamo Daniele Romanelli, ho 22 anni, ho studiato da restauratore ma dopo aver capito che quello non era il mio mestiere ho virato e adesso aspiro a diventare uno scrittore/sceneggiatore.
Vivo a Capparuccia, un paesino sperduto fra le colline marchigiane degno di esser stato soprannominato da alcuni miei amici "Hobbiville".


Capparuccia by summer.

 
Con questo blog ho intenzione non solo di farmi conoscere, parlare del più e del meno e nerdaggini varie, ma anche di dare libero sfogo alla mia creatività clandestina, cominciando quanto prima a postare il racconto a episodi che dà titolo al mio blog, "La mia vita in un post-it".
Non ho molto altro da aggiungere. Più avanti avrete modo di conoscermi meglio e, di conseguenza, odiarmi come solo un Hobbit di Capparuccia sa fare.
Au revoir!